18 Agosto 2008
Morando: «Governo in confusione, aumentano solo le tasse»

di Felicia Masocco
Enrico Morando, senatore, coordinatore del governo ombra del Pd. Umberto Bossi rivuole l’Ici dopo che il governo l’aveva abolita. Non sembra troppo coerente, lei che ne pensa?
«Le dichiarazioni di Bossi segnalano che sulla politica economica e fiscale il governo è in confusione in un momento in cui ci vorrebbe una grande certezza sulle regole fiscali perché siamo nel pieno di una crisi finanziaria grave. Queste docce scozzesi hanno un effetto molto negativo».
Non si affronta la crisi ma le parole di Bossi indicano che per la destra il capitolo tasse non è affatto chiuso. Non è una beffa per i loro elettori?
«Ici o non Ici, la pressione fiscale con questo governo aumenta. Non è una dichiarazione, è scritto nel Dpef: il governo ha programmato un aumento della pressione fiscale costante nei prossimi 5 anni: dello 0,3 dello 0,4 e dello 0,5% del Pil, è un aumento significativo. È una scelta grave e contraddittoria in un contesto in cui il Paese rischia la recessione, i prezzi corrono e i redditi da lavoro e da pensione non ce la fanno a tenere il ritmo di questa corsa. Adesso Bossi dice che sull’Ici si torna indietro. Sembra di stare sulle montagne russe. Ripeto, il Paese avrebbe bisogno di certezze sulle regole fiscali e di ridurre le tasse sui redditi da lavoro. La proposta del centrosinistra di un intervento immediato di 5-6 miliardi di euro di riduzione del fisco sui redditi da lavoro è stata respinta sdegnosamente dalla destra nel corso del dibattito sulla manovra economica».
Quantomeno ora si alza il sipario su questa verità. Perché nessuno ne parla?
«Del Dpef non si parla perché Tremonti e la destra non vogliono. Ma le tasse aumentano e questa mi sembra la contraddizione più grave».
L’abolizione totale dell’Ici sulla prima casa ha lasciato i comuni senza risorse. Amministratori di centrosinistra come Cacciari o Domenici nei fatti non danno poi torto alla Lega. Non è che il discorso della tassazione degli immobili si riapre a livello locale in nome del federalismo?
«Non credo che nel centrosinistra ci siano obiezioni di principio all’abolizione dell’Ici tant’è che il primo, significativo, intervento per le famiglie a reddito medio-basso l’ha fatto il governo Prodi. Abolirla per il restante 60% che economicamente sta meglio non era la priorità, data la situazione del Paese. Detto questo c’è il tema del rapporto tra l’Ici e l’attuazione dell’articolo 119 della Costituzione, quello sul federalismo. Bossi dice se vogliamo un’attuazione corretta del 119 è necessaria una base imponibile da assegnare completamente ai Comuni per la loro autonomia impositiva. In generale, da sempre, questa base viene individuata negli immobili, perché un’imposizione sugli immobili sembra quella che più razionalmente può essere affidata alla gestione delle autonomie locali».
Quindi federalismo vuol dire più tasse sulla casa?
«Io credo, ad esempio che si può lasciar stare del tutto il discorso dell’Ici e ragionare sul trasferimento ai comuni dell’imposta di registro. È un’ipotesi che ha sempre per base gli immobili ma è del tutto diversa dall’Ici. E comunque nel ragionamento che la Lega fa sul federalismo fiscale continua ad esserci un errore».
Quale?
«Pensare che l’attuazione del 119 debba partire dalle risorse, cioè dalla quota di gettito che deve andare alle autonomie locali, e non dalle funzioni assegnate a regioni e comuni. Un ragionamento corretto deve invece partire dalle funzioni, altrimenti si fa un pasticcio, perché aumenta la spesa pubblica e non si rendono servizi migliori ai cittadini».
Ma visto che non si fa, il federalismo diventa una chiave per riaprire la questione dell’Ici…
«… Mi permetto di dire che non è una chiave federalista, ma una chiave confusionaria. Io sono federalista come Bossi se non di più, però penso che il federalismo debba servire a ridurre la pressione fiscale e a migliorare l’efficienza della spesa. Se si procede come stanno precedendo non si ottiene né l’uno né l’altro risultato».
