06 Marzo 2009
Infrastrutture
Ponte sullo Stretto, “opera non prioritaria”
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Tornano a scaldarsi i muscoli dei movimenti ‘No Ponte’. Dalle Camere del lavoro fino ai partiti politici di tutti gli schieramenti. Ecco perché il territorio si schiera contro gli ‘annunci spot’ del governo Berlusconi
di Esmeralda Rizzi
La parola d’ordine è “Opera non prioritaria”. Così il territorio, dai movimenti alle Camere del lavoro interessate, fino ai partiti politici, da quelli di sinistra alle organizzazioni giovanili che fanno riferimento ad An e all’Udc, catalogano il ponte sullo Stretto di Messina. Dopo il silenzio calato durante il governo Prodi, eccolo tornato alla ribalta insieme a Berlusconi. A seguire gli annunci spot dello stesso premier e quelli del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Altero Matteoli, in questi giorni è il Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, a dover concretamente riconsiderare l’opportunità di destinare alla Stretto di Messina Spa quel miliardo e 300 milioni di euro indispensabili alla realizzazione del progetto esecutivo e all’apertura dei cantieri.
Così mentre Pietro Ciucci, l’ad della Stretto di Messina, nonché dell’Anas da cui oggi dipende, promette che la prima pietra verrà posta la prossima estate, tornano a scaldarsi i muscoli i movimenti No Ponte, che stavolta possono contare su una “voce contro” decisamente autorevole, informata e soprattutto inaspettata. Si tratta del professor Remo Calzona, docente del dipartimento di ingegneria strutturale e geotecnica dell’Università La Sapienza di Roma e per anni presidente del comitato tecnicoscientifico Anas-governo per lo studio sulla fattibilità del ponte sullo Stretto, che da qualche tempo va dichiarando – e lo ha anche messo per iscritto in un suo libro da titolo “La ricerca non ha fine” – che il ponte così com’è stato progettato costa molto e non è esente da rischi strutturali. Un’affermazione che, tradotta dall’ingegnerese, suona press’a poco così: “Costa troppo e rischia pure di cadere”.
Alle contestazioni storiche e sempre sostenute dal movimento No ponte – distruggerebbe un’area unica al mondo per caratteristiche naturali; si tratta di uno spreco di denaro pubblico più utile per le infrastrutture di base, oggi carenti tanto in Sicilia quanto in Calabria; non sarebbe remunerativo –, il professor Calzona aggiunge considerazioni tecniche proprie di chi il progetto lo ha seguito da vicino: la struttura potrebbe collassare per il peso eccessivo dei materiali impiegati. Gli stessi materiali che subirebbero l’azione del vento nello Stretto, che non solo impedirebbe la fruibilità del ponte almeno 100 giorni l’anno, ma potrebbe addirittura causarne il crollo. Senza contare che anche la geomorfologia del territorio e l’elevata sismicità dell’area, ne fanno un’opera a forte rischio. Considerazioni così convinte da avergli fatto dichiarare: “Fare il ponte e spendere tanti quattrini per vederlo chiuso, che senso ha?”.
05/03/2009 17:24


