Luca Sani - Per la Maremma in Parlamento con il Partito Democratico


23 Marzo 2009

Finanza
QUEL FONDO CHE SEMBRA IL CAMPO DEI MIRACOLI
di     Andrea Resti     20.03.2009
Soldi freschi per 1,3 miliardi che dovrebbero tradursi in 60-70 miliardi di nuovi prestiti per le aziende: è la promessa che accompagna il rifinanziamento del fondo di garanzia statale per le piccole e medie imprese. Per riuscirci il fondo dovrebbe però operare con una leva consistente, non troppo realistica nella situazione attuale. A un tasso medio di sofferenze come quello del 2008, l’intera nuova dotazione se ne andrebbe in un anno. Effetti incerti anche in termini di requisiti patrimoniali. Soprattutto, resta da capire dove si troverà la somma per alimentare il fondo.

Nei giorni scorsi si è parlato molto del “fondo di garanzia per le piccole e medie imprese” istituito dallo Stato nel 1996. Forte di un’iniezione di mezzi freschi di 1,3 miliardi, dovrebbe ora aiutare le piccole imprese a non perdere i finanziamenti bancari o ad acquisirne di nuovi. Secondo il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, questi 1,3 miliardi potrebbero tradursi in 60-70 miliardi di nuovi prestiti per le imprese.

NON DENARO MA PROMESSE

Il fondo di garanzia è alimentato con denari pubblici e gestito dal Mediocredito Centrale. Non emette prestiti, ma solo garanzie. In altri termini: non denaro, ma promesse. Se una Pmi non rimborsa la banca, il fondo di garanzia interviene e paga. Mai più dell’80 per cento, però, perché la banca deve comunque avere un incentivo a fare bene il proprio mestiere. Dunque finché le Pmi si comportano bene, il fondo non ha bisogno di sborsare denaro. Anche se, con un pizzico di malizia, si potrebbe dire che quando un’impresa fallisce, il fondo inizia a prestarle soldi davvero.

Oltre alle banche, anche i Confidi, consorzi locali di garanzia fidi creati da associazioni di piccole imprese, di norma con sovvenzioni pubbliche, beneficiano del fondo di garanzia. In questo caso, si dice che il fondo emette una “controgaranzia”: in altri termini, il Confidi che ha garantito a una banca il credito verso una Pmi può a sua volta assicurarsi con il fondo per ottenere un risarcimento della sua perdita, se l’impresa fallisce.
Se c’è la garanzia del fondo, le banche prestano più volentieri e praticano tassi più bassi. Perché lo fanno? Perché il fondo possiede una propria dotazione finanziaria, e dunque sa dove trovare i soldi nel momento in cui è chiamato a rispondere delle garanzie emesse.
È normale che, a fronte di una dotazione di 100 euro, il fondo garantisca prestiti per un ammontare molto maggiore. Pensandoci bene, fanno così anche le banche, che di norma hanno attività finanziarie pari a circa dodici volte i mezzi propri. Qual è il rapporto massimo tra dotazione e garanzie emesse? È una questione di credibilità. Se il fondo è molto bravo a selezionare le imprese a cui presta, allora può permettersi di operare con una “leva” anche sensibile. Se invece la qualità media delle Pmi garantite è scarsa o peggiora per effetto di una crisi, allora il fondo è meno credibile e il suo intervento è meno efficace.
Dire che gli 1,3 miliardi di mezzi freschi promessi dal governo al fondo di garanzia “genereranno” nuove erogazioni per 70 miliardi significa ritenere che il fondo possa operare con una leva consistente. Ammettendo che i 70 miliardi siano garantiti dal fondo solo al 60 per cento, fanno 42 miliardi di garanzie, cioè 32 euro di garanzie per ogni euro di mezzi freschi. Non pochi. Fabio Pammolli, sul Sole 24Ore di sabato scorso, suggeriva come ragionevole una rapporto di uno a 10.
È poi interessante osservare che, se sui 70 miliardi di nuovi crediti si verificasse un tasso di sofferenza pari a quello medio registrato in Italia a fine 2008 (2 per cento), le nuove sofferenze finirebbero col “mangiarsi”, in un anno, l’intero aumento del fondo di dotazione.

UN VORTICE DI SOLDI. SULLA CARTA

La leva adottata dal fondo dev’essere dunque credibile e sostenibile, ma vi è dell’altro. L’effetto del fondo appare incerto anche in termini di requisiti patrimoniali.
Se le banche potessero considerare le garanzie del fondo come garanzie di Stato, il requisito minimo obbligatorio di capitale per i relativi prestiti scenderebbe a zero (si dice che gli attivi garantiti riceverebbero una “ponderazione nulla”). Non male, considerato che il capitale delle grandi banche è eroso dalle perdite di borsa e raccoglierne di nuovo è sempre più difficile: sarebbe un grande incentivo a usare la garanzia del fondo e a erogare credito alle Pmi. Tuttavia, se lo Stato diventa illimitatamente responsabile delle garanzie erogate dal fondo, allora queste sono, a tutti gli effetti, nuovo debito pubblico.
Se invece si assimila il fondo a un’entità statale, ma senza dare la formale certezza che la Repubblica, in caso di necessità, farà fronte a eventuali perdite, allora il requisito patrimoniale nullo non sarebbe giustificato, e la Banca d’Italia non potrebbe autorizzarlo. Per inciso, è interessante notare che il governatore, nell’audizione del 17 marzo alla Camera, ha indicato una strada assai diversa in materia di garanzie statali sul credito: anziché assumersi il rischio delle posizioni “a prima perdita”, lo Stato dovrebbe aiutare le banche a cartolarizzare i propri crediti finanziando le tranche “senior”, cioè le meno rischiose.
Peraltro, prima di pensare a eventuali interventi dello Stato che travalichino i limiti del fondo di dotazione, resterebbe da capire esattamente come verranno reperiti gli 1,3 miliardi da seppellire nel campo dei miracoli per trasformarli in 70 miliardi di crediti alle Pmi. Al riguardo la situazione non è chiarissima. Una possibilità è addirittura che una parte venga versata dalle banche, e in particolare da quelle istituzioni creditizie che, nel prossimo futuro, richiederanno allo Stato di essere finanziate con i Tremonti bond. Dunque proprio a quelle banche che, per definizione, non se la passano benissimo, visto che bussano a denari in via XX Settembre, verrà richiesto un obolo per finanziare un fondo che a sua volta, attraverso le garanzie, sosterrà le banche. Un vortice di soldi di carta da fare invidia a Bernie Madoff. Monetine, però, poche.