Luca Sani - Per la Maremma in Parlamento con il Partito Democratico
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03 maggio 2010

REGIONE/ Rossi: «La mia nuova Toscana. Più aziende e meno villette a schiera»

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L’intervista di Enrico Rossi all’Unità Toscana

di Vladimiro Frulletti
Rossi, è Presidente della Regione da due settimane. Fra 5 anni che Toscana si immagina?
«Più industrializzata, con una maggiore presenza del manifatturiero e quindi in grado di tutelare e valorizzare il paesaggio e di promuovere maggiore inclusione sociale. Vorrei cioè una Toscana più moderna e contemporanea, ma che allo stesso tempo non trascuri la sua tradizione, la sua storia, i suoi valori».
Per riuscirci dovrà battere la crisi.
«È la mia priorità. C’è da sostenere il lavoro, i cassintegrati, i disoccupati, i giovani precari e allo stesso tempo dare ossigeno e supporti agli imprenditori. C’è da riprendere a crescere. Per questo a Gianfranco Simoncini, un’amministratore che ha dimostrato coi fatti di saperci fare, ho affidato sia lavoro sia attività produttive, commercio compreso».

Punta su una nuova reindustrializzazione?
«Sì, perché tutto si tiene. Noi puntiamo anche sul turismo, sull’agricoltura, sul terziario, ma senza industria rischiamo il declino. Si spingerebbe la rendita a produrre sempre più ricchezza mettendo a rischio la nostra stessa identità. È per questo che non ci serve l’ambientalismo dei no. Chi è nemico dello sviluppo finisce per non tutelare il nostro patrimonio naturale e sociale».

Una giunta con metà donne, cinque su dieci, è un record per la Toscana…
«Anche per l’Italia…» Alle assessore ha affidato deleghe pesanti: la vicepresidenza, la sanità, l’urbanistica, i rifiuti. Perché? «Perché dove le donne hanno assunto grandi responsabilità di solito si sono dimostrate molto brave. Come Anna Rita Bramerini, che ho confermato all’ambiente aumentandole deleghe e compiti. E poi perché sono convinto che per rivitalizzare e dare più credibilità alla politica occorre farla somigliare maggiormente alla società. E la Toscana è fatta per metà da donne».

Una scelta non indolore per molti maschi.
«Ho suscitato qualche mal di pancia, ma questa è una giunta di svolta. Quello che invece mi piace di meno è che le donne rispetto agli uomini devono dimostrare sempre qualcosa in più». Alcune sono anche figure tecniche, senza tessere di partito.

Perché questa decisione?
«È una scelta politica e cioè l’esatto contrario dell’abdicazione della politica alla tecnica. Se c’è azzardo, è un azzardo di sostanza. Non ci sono figurine. Stella Targetti, Daniela Scaramuccia e Anna Marson sono esperte nel loro settore e destinate a diventare dirigenti politici. La mia vice, Targetti, ad esempio ha un compito strategico per il futuro della Toscana: scuola e ricerca».

Perché una tecnica, indipendente dai partiti, alla sanità, cioè il settore su cui si concentrano i 2/3 del bilancio regionale?
«Per 15 anni la sanità toscana è stata guidata bene e senza le disgrazie capitate da altre parti da Martini e da me. Cioè da due politici provenienti dallo stesso ceppo, diciamo così, culturale. Se avessi voluto scegliere un politico lì l’avrei dovuto cercare perché è il Pd il vivaio più ricco di giovani e preparati politici e amministratori. Però ho ritenuto che dopo 15 anni fosse il momento di cambiare. Perché la Toscana, a differenza di quanto dicono da destra, è davvero terra di libertà, in grado quindi di lanciare sfide a se stessa. Da qui la scelta di una figura tecnica».

Che non viene dalla Toscana…
«Se avessi scelto un tecnico toscano avrei corso il rischio che diventasse una protesi del presidente, che producesse poca innovazione. Scaramuccia viene da una società molto attenta ai suoi consulenti e diventerà una dirigente politica. C’era un bisogno fisiologico di cambiamento e l’ho attuato. Anche se il nostro principio, sanità pubblica di qualità per tutti, rimane intoccabile»

L’urbanista Anna Marson, a cui ha affidato il governo del territorio, risponde anch’essa a una volontà di cambiamento?
«Mettiamola così: alla Toscana servono più aziende, insediate bene e in grado di avere la licenza in 6 mesi, che villette a schiera».

Basta con scelte tipo Monticchiello?
«Il nostro primo problema è il riuso e la riqualificazione. La salvezza del nostro patrimonio e quindi della nostra identità passa dall’agricoltura e dai centri storici. Non possiamo far abbandonare i terreni rendendoli incolti e non possiamo far svuotare dalla vita, che vuol dire famiglie, negozi e servizi, i centri delle città. Su questo la politica deve essere più rigorosa. Chi vuole investire sul mattone non sarà frenato perché avrà di fronte tutta la partita del riuso» Un operaio del Nuovo Pignone vi aveva invitato a non fare la guerra per le poltrone. Siete riusciti a non litigare? «Non abbiamo mai litigato, sono i polli che litigano. Abbiamo discusso. C’è stato un confronto politico vero che ha prodotto un cambiamento. A quell’operaio abbiamo dato una risposta alta».

Anche nel Pd fiorentino si sono registrati malumori. Lei ha avuto problemi col suo partito?

«Si tratta di legittime discussioni, ma non ho problemi col mio partito. Cambiare non è mai una passeggiata, ma se è stato possibile farlo è soprattutto grazie al Pd che me ne ha data la forza. Queste mie scelte saranno una specie di cura ricostituente per tutti».

Non ha subito le pressioni dell’Idv?
«No, la giunta l’ho scelta io».

Non teme di avere difficoltà con i dipietristi?

«No. Gli assessori lo sanno. La giunta è una squadra, non ci si sta in rappresentanza di questo o quel partito. E come sta scritto nell’accordo di coalizione firmato da tutti i partiti, l’ultima parola è del presidente».

Oggi è il Primo Maggio. A Firenze c’è polemica sulla decisione del Comune di permettere ai negozi di tenere aperto. Anche altre città governate dal centrosinistra come Siena e Arezzo hanno concesso queste deroghe. Che ne pensa?

«Per me il Primo Maggio è “dolce Pasqua dei lavoratori” come dice la canzone scritta da Pietro Gori sull’aria del «Va Pensiero» del «Nabucco» di Verdi. E quindi si deve far festa. A Firenze avranno le loro ragioni, ma penso che certi valori vadano difesi perché fanno parte della nostra identità. Comunque, sulle aperture nei giorni festivi mi sono preso l’impegno di ridurle come richiesto non solo dai sindacati, ma anche dagli esercenti e da parte della grande distribuzione».

Che ne pensa delle divisioni nel Pdl fra Fini e Berlusconi?

«Che chi fa politica deve intervenire sulle contraddizioni dell’avversario. Per questo fa bene Bersani a sfidare Fini ad essere coerente».

Il Presidente della Camera sta suscitando molti apprezzamenti da sinistra. Non le pare strano?
«Ha usato parole dure, dobbiamo incalzarlo a essere conseguente. È anche vero però che è sempre stato al servizio di Berlusconi e credo che continuerà ad esserlo».

Teme elezioni anticipate?
«No, perché decreterebbero il fallimento politico di Berlusconi. Per questo non le farà. In fondo, come già per Fini, anche per la Lega, che una volta sventolava il cappio e ora dice sì a tutte le leggi per l’impunità volute dal premier, finirà per prevalere la voce del padrone a danno del Paese e in barba pure al federalismo. Ora serve uno scatto in avanti del centrosinistra. deve essere più presente su temi concreti come il lavoro, la scuola, la crisi. Questioni che agli italiani interessano assai più che le riforme istituzionali».

Nessun dialogo con Berlusconi sulle riforme?

«Non vorrei apparire brutale, ma come si fa a non pensare che in Italia non sia preliminare porre, prima di discutere di riforme, la questione della democrazia, del rispetto delle regole. In una parola della questione morale. A Berlusconi e alla sua maggioranza non si devono fare sconti».


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