28 dicembre 2011
POLITICA/ Fassina: «Sì a Monti, ma suo programma non è il nostro…»


di Simone Collini
Come indicano i dati degli ultimi giorni sugli spread, i rischi per l’euro non originano dalla finanza pubblica, ma dalla lunga recessione dovuta a ottuse politiche di austerità. La ragione della manovra approvata dal Parlamento è esclusivamente politica. Dopo la lunga e infelice stagione di Berlusconi, Bossi e Tremonti è una manovra necessaria a dare al governo Monti, quindi all’Italia, la credibilità per contribuire a riorientare di 180 gradi la politica economica suicida imposta dai conservatori tedeschi all’area euro».
A parlare è il responsabile per l’Economia del Pd Stefano Fassina, che respinge qualunque critica di “doppiezza” («Non possiamo votare sì e poi andare in piazza», aveva detto ieri Beppe Fioroni in un’intervista all’Unità) e insiste sul fatto (in risposta ad Enrico Morando, che ha chiuso un intervento sul nostro giornale scrivendo «noi dobbiamo dire: questo è il nostro governo») che quello dell’esecutivo Monti «non è il programma del Pd».
Però sostenete questo governo.
«È evidente che siamo impegnati affinché abbia successo».
Come si misura il successo?
«Innanzitutto nella modifica della politica economica imposta dalla Germania all’area euro, che sta portando al naufragio non solo noi, ma la moneta unica e il sogno stesso dei fondatori dell’Unione europea. Il governo Monti per noi è un’opportunità per modificare questa rotta. Lo sosteniamo con la massima determinazione perché la posta in gioco è la ricostruzione delle condizioni di civiltà nel mondo del lavoro nel ventunesimo secolo, nel secolo asiatico».
Non tutto quanto visto e ascoltato fin qui è rassicurante da questo punto di vista…
«È chiaro che quello del governo Monti non è il nostro programma. Questo esecutivo è sostenuto dal Pd, ma anche da una forza come il Pdl a noi alternativa in termini di valori, programmi, interessi rappresentati. Ed è inevitabile un bilanciamento degli interventi per tener conto di forze alternative che devono poi approvarli in Parlamento».
Nel Pd c’è chi sostiene che la vostra realizzazione come forza riformista dipenderà dal modo in cui sosterrete questo governo.
«Il Pd non nasce col governo Monti. È nato nel 2007 e da allora si è dato un profilo sempre più robusto in termini culturali e programmatici, un profilo che oggi contribuisce alla gestione di questa delicata fase. Noi non abbiamo bisogno di esami di riformismo. E il nostro tasso di riformismo non si misura in un’accettazione senza se e senza ma di misure che risentono di un’esigenza di bilanciamento».
Pensa sia un’esigenza che condizionerà anche la fase due?
«Intanto si può parlare con fondamento di una fase due solo se ci sarà un intervento espansivo a livello di area euro, avendo fatto in Italia manovre che porteranno nel 2012 a una contrazione dell’indebitamento per circa 75 miliardi di euro. La fase due deve passare per Bruxelles, e in particolare per la modifica del trattato intergovernativo lanciata il 9 dicembre al Consiglio europeo, tutta schiacciata sull’austerità e sulla ridimensionata finanza pubblica, senza nulla per la crescita e il lavoro».
C’è chi sostiene, anche nel suo partito, che per generare lavoro vada superato l’articolo 18.
«La priorità, per quel che riguarda il mercato del lavoro, è riformare gli ammortizzatori sociali per arrivare a un’indennità di disoccupazione universale che copra tutti i lavoratori, a prescindere dalla tipologia di contratto applicato. Facilitare i licenziamenti non diminuisce la precarietà. La variabile per migliorare le condizioni di lavoro è la crescita. E l’articolo 18 con la crescita non ha nulla a che vedere».
Il vostro appoggio al governo può influire sulle future coalizioni?
«Può influire per ciò che fa il Pd, che ha una missione chiara, ma anche per come si muovono le altre forze. Alcune, come Sel, in questa fase si comportano responsabilmente, altre stanno dimostrando un comportamento opportunistico».
La foto di Vasto si è ingiallita?
«Il punto di fondo è se le forze progressiste, e in particolare il Pd, riescono a intercettare la domanda di cambiamento progressivo crescente in Italia nell’ultimo anno e mezzo, che ha avuto il suo punto massimo con le amministrative e con il referendum sui beni comuni. Il punto è capire se anche grazie al successo del governo Monti il Pd riesce a mettere in campo un’alleanza tra progressisti e moderati che risponda alla domanda di cambiamento progressivo, che se rimane interlocutoria rischia di ripiegare o nella rassegnazione o nell’antipolitica».
Lei e altri dirigenti Pd avete partecipato alle mobilitazioni dei sindacati: cosa risponde alla critica di “doppiezza” di Fioroni?
«Il Pd deve stare nella società, parlare con i lavoratori e le lavoratrici, gli studenti, i pensionati. Non per tentare una ridicola doppiezza ma per spiegare il delicatissimo passaggio di fase ed esplicitare il nostro profilo strategico rispetto a scelte programmatiche contingenti».
Il Parlamento è stato necessariamente coinvolto nell’approvazione della manovra, le parti sociali no: c’è il rischio che l’emergenza economica porti al varo di ulteriori misure senza il coinvolgimento dei sindacati?
«Proprio perché c’è un’emergenza economica è necessario che la nostra sia una democrazia attenta al contributo delle rappresentanze sociali. Che non sono black bloc ma organizzazioni che hanno sempre messo al primo posto l’interesse del Paese. Va recuperato il deficit che c’è stato col varo della manovra e vanno coinvolte in modo attivo le rappresentanze dei lavoratori. Questo per noi è un punto fondamentale perché qualifica la nostra democrazia e aiuta a raggiungere gli obiettivi di modernizzazione del Paese che stanno a cuore a noi e alle rappresentanze sociali».

