Luca Sani - Per la Maremma in Parlamento con il Partito Democratico
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24 giugno 2012

POLITICA/ Sani: «Rinnovamento non è tabù per nessuno nel Pd. Ridare corrente all’ascensore sociale, troppo tempo fuori servizio»

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«nessuno scimmiottamento alla Tony Blair delle teorie economiche liberiste per il programma di governo»

di Luca Sani
Spetta al Partito democratico ricostruire l’Italia partendo dalle macerie del berlusconismo. In questo senso il rinnovamento del gruppo dirigente non è un tabù. Il problema vero è come ottenere il risultato mantenendo il radicamento di una forza politica nazionale che continui a svolgere il ruolo di collante fra la società e i diversi livelli di governo. Come avviene in tutte le grandi democrazie, peraltro. Tema collegato a quello dell’identità politica del partito, alla sua idea di comunità nazionale e a quella della sua collocazione internazionale. Perché non è vero che siamo tutti uguali, e che tutti in fondo governiamo allo stesso modo.

L’illusione delle scorciatoie ha già provocato più danni della grandine. Il berlusconismo ha lasciato le macerie che conosciamo. La destra europea ha generato la parentesi incompiuta di Sarkozy, in Germania il miope egoismo economico della Merkel che oggi minaccia di affossare l’Europa.

Ma anche nel nostro campo, quello della sinistra, c’è chi ha pensato d’inseguire modelli liberisti. Il periodo di governo di Tony Blair, affermatosi dopo una durissima battaglia tutta giocata sulla contrapposizione nuovo contro vecchio, ha lasciato l’Inghilterra più povera di prima, dopo anni in cui il Labour ha inseguito le teorie economiche della destra americana più che realizzare la mitica “terza via”.

Pierluigi Bersani ha il merito di non adeguarsi alle mode del momento, preferendo la strada dell’assunzione di responsabilità scomode e della serietà. Lo ha fatto anche sabato scorso a Roma con i 6.000 segretari dei Circoli del Pd, che – a proposito di rinnovamento – hanno in media 40 anni d’età.

Ha detto poche cose, ma significative. Va cambiata la legge elettorale, altrimenti sul rinnovamento si parla di aria fritta. Dopo Monti andrà subito votata la cittadinanza a tutti i bimbi nati in Italia, perché anche questo è “rinnovamento”. Che i problemi gravi dell’Italia non si risolvono solo con il ricambio generazionale: illusione che porta a feroci delusioni. Che le istanze di rinnovamento del nostro elettorato devono essere recepite dal Partito democratico senza tentennamenti. E per questo, se lui vincerà le primarie di coalizione, la generazione di giovani amministratori e dirigenti politici del Pd sarà chiamata ad avere responsabilità di livello nazionale.

Mi permetto di aggiungere che per alimentare il rinnovamento sarebbe opportuno guardare a quel che si è  fatto in Toscana in un momento delicatissimo, con l’antipolitica che soffia fortissimo sul fuoco. Riuscendo a portare nei governi locali una nuova generazione di amministratori e segretari politici, senza che questo passaggio avvenisse con una guerra fra bande, ma con la forza delle idee e l’assunzione di responsabilità in un contesto economico durissimo.

Detto questo, penso anche che dopo tre mandati i parlamentari possono tranquillamente tornare a casa. Io vengo da un partito, i Ds, in cui la regola statutaria erano due mandati, salvo deroghe legittime.

Vado oltre, bisogna avere il coraggio di mandare a casa chi eventualmente abbia dimostrato di essere inadeguato al ruolo anche solo dopo un unico mandato, senza automatismi.

Per questo motivo la parola va data agli elettori, sia reintroducendo i collegi uninominali per scegliere davvero chi votare, sia ricorrendo alle primarie di collegio per scegliere i candidati con regole certe e trasparenti. Solo così si garantiscono governabilità e principio di responsabilità per parlamentari legati ai territori. Mai più svincolati da ogni dovere di coerenza come i continui cambi di casacca ci hanno dimostrato in questi anni bui.

C’è poi il tema dei contenuti di governo, che non possono più essere generici e quindi liberamente interpretabili per convenienza.

Bersani ha iniziato a dire cose precise su diritti delle famiglie di fatto e legge sulla cittadinanza. Fra poco dirà altre cose su welfare ed economia. Ma nel frattempo in Parlamento - consapevoli di stare in una maggioranza di emergenza nazionale – stiamo combattendo per portare il governo ad adottare provvedimenti coerenti con la nostra storia: sul lavoro, sullo sviluppo economico e sul sostegno all’impresa, sulla giustizia.

Farlo insieme al Pdl non è un lavoro facile, inutile dilungarsi su questo. Ma ce la stiamo mettendo tutta, aspettando che arrivi il nostro turno dell’assunzione diretta di responsabilità di governo del Paese.

Una cosa è certa. Non abbiamo intenzione, né ora né dopo, di scimmiottare o rimpastare genericamente ricette liberiste che negli ultimi vent’anni hanno portato l’Europa sul ciglio del baratro.

Sul piano programmatico vogliamo invece battere la strada del riformismo che è l’essenza vera del socialismo europeo, rinnovando i meccanismi del welfare per garantire a tutti i cittadini pari opportunità. Vogliamo sbarazzarci di “derivati”, “swap” e finanza speculativa, per restituire centralità e dignità al lavoro. Vogliamo anche ripensare l’idea di crescita, che evidentemente non può più alimentarsi solo di consumi in termini quantitativi.

Insomma, c’è da rivoltare tutto come un calzino. Senza timori reverenziali nei confronti di grandi e piccoli monopoli. Per ridare corrente all’ascensore sociale che in questo Paese è fuori servizio oramai da troppo tempo.


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